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domenica 10 febbraio 2013

Che cos’è la disoccupazione tecnologica e perché abbiamo bisogno di cambiare il nostro sistema economico

Traduzione a cura di Daniel Iversen, revisione di Davide Gaulli
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FONTE NOTIZIA 
Come ha sdegnosamente sottolineato John Maynard Keynes: “Siamo stati colpiti da una nuova malattia di cui forse alcuni lettori non conoscono ancora il nome, ma ne sentiranno parlare molto negli anni a venire: la Disoccupazione Tecnologica.”
Ciò significa “disoccupazione determinata dalla nostra scoperta di mezzi di diminuzione dei costi di produzione attraverso la riduzione dell’impiego della manodopera, surclassando il ritmo con cui siamo in grado di trovare nuove occupazioni”. Mentre i politici, gli uomini d’affari e gli imprenditori litigano su quali siano i motivi per la crescita della disoccupazione in tutto il mondo, come per esempio la delocalizzazione delle aziende all’estero oppure la manodopera degli immigrati, la vera causa, che non viene affrontata nel dibattito politico, è la disoccupazione tecnologica. Dal momento che il capitalismo di mercato si basa sulla logica di ridurre le entrate per aumentare i profitti, la tendenza a sostituire il lavoro umano, per quanto sia possibile con l’automazione delle macchine, è una progressione naturale dell’industria.


Anche l’economista Jeremy Rifkin, nel suo libro “La Fine del Lavoro”, sottolinea lo stesso punto.
“Raramente, nelle loro dichiarazioni pubbliche, qualche leader dell’estrema destra affronta il tema del rimpiazzamento tecnologico. La disoccupazione globale ha ora raggiunto il livello più alto dalla grande depressione del 1930. Più di 800 milioni di esseri umani sono al giorno d’oggi disoccupati o sottoccupati. Stiamo entrando in una nuova fase della storia mondiale, quello in cui sempre meno lavoratori saranno necessari per produrre i beni e i servizi per la popolazione globale. In tutto il mondo, dovranno essere creati, nei prossimi anni, più di 2 miliardi di lavori per fornire un reddito a tutti i nuovi lavoratori, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.”
Nel 1949, per esempio, le macchine effettuavano il 6 % della raccolta di cotone nel Sud degli Stati Uniti. Nel 1972, la percentuale è salita al 100 %. Nel 1860 lavorava nell’agricoltura più del 60 % dei lavoratori, mentre oggi questa percentuale è meno del 3 %. Quando l’automazione interessò il settore manifatturiero degli USA nel 1950, furono persi 1.6 milioni di posti di lavoro da operaio nell’arco di 9 anni. Nel 1950 il 33 % dei lavoratori americani lavorava nel settore manifatturiero, mentre nel 2002 erano solo il 10 %. L’industria siderurgica, dal 1982 al 2002, aumentò la sua produzione da 77 milioni di tonnellate a 120 milioni di tonnellate mentre i lavoratori in quel campo passarono da 289.000 a soli 74.000. Nel 2003 fu fatto uno studio sulle 20 più grandi economie del mondo nell’arco del periodo 1995-2002, scoprendo che sono andati persi 31 milioni di posti di lavoro, mentre in realtà la produzione è aumentata del 30 %.
Questo modello di aumento della produttività e del profitto, associato alla diminuzione del lavoro, è un fenomeno nuovo e potente che è destinato a persistere nel tempo. I posti di lavoro non torneranno.
Visto l’accelerazione della tecnologia informatica, che raddoppia circa ogni 2 anni, piuttosto che aumentare a un ritmo costante, possiamo aspettarci che nei prossimi anni e decenni ci saranno dei progressi ancora più drammatici. Nel futuro l’automazione non sarà più qualcosa che andrà a colpire in particolar modo i lavoratori a basso reddito e poco scolarizzati. Tecnologie come l’Artificial Intelligence (Intelligenza Artificiale), apprendimento automatico, e applicazioni software di automazione permetteranno sempre di più ai computer di eseguire quei lavori che hanno bisogno di un addestramento significativo e lunga formazione. I laureati che scelgono posti di lavoro “Knowledge worker” (lavori basati sulla conoscenza) si troveranno minacciati non solo dai concorrenti off-shore sottopagati, ma anche da algoritmi informatici e macchine in grado di eseguire sofisticate analisi e di assumere decisioni complesse.
Anche se continueranno sempre ad esserci dei lavori non automatizzabili, la realtà è che, per esempio, una percentuale molto grande dei 140 milioni di lavoratori negli USA sono occupati in impieghi che sono fondamentalmente fatti di routine e per loro natura ripetitivi. Un numero enorme di questi lavori saranno dissolti dalla tecnologia nei prossimi decenni, e visto che questa tecnologia sarà disponibile su tutta la linea, non c’è davvero motivo di credere che nuovi settori lavorativi saranno in grado di assorbire un numero elevato dei disoccupati così creato.
Allo stesso tempo, il progresso continuo nell’automazione della produzione e l’introduzione di robot commerciali avanzati continueranno a far diminuire la possibilità di occupazione anche per i lavoratori meno qualificati. Il progresso tecnologico è inarrestabile, e le macchine e i computer finiranno per avvicinarsi al punto di uguagliare o superare le capacità di un lavoratore medio di svolgere attività ripetitive. Il risultato molto probabilmente sarà una disoccupazione strutturale, che in ultima analisi colpirà la forza lavoro a tutti i livelli: dai lavoratori senza diploma a quelli che hanno una laurea.
La maggior parte degli economisti ortodossi respinge uno scenario di questo tipo. Continuano a credere che l’economia ristrutturerà e creerà, nel lungo periodo, un numero adeguato di posti di lavoro. Storicamente, infatti, questo è già avvenuto. Milioni di posti di lavoro sono stati eliminati in agricoltura al momento dell’introduzione delle macchine agricole. Questo ha comportato una migrazione al settore manifatturiero. Allo stesso modo, l’automazione della produzione e la globalizzazione ha determinato la transizione in una economia basata sui servizi, negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati.
E mentre gli economisti si battono per creare modelli per affrontare il problema di una disoccupazione quasi inarrestabile, la maggior parte di essi si rifiuta di prendere in considerazione ciò che è realmente necessario per evitare il totale collasso della società. La soluzione non sta nel tentativo di riparare i danni che sono emersi, ma nel superare il sistema nella sua interezza, dal momento che il sistema di scambio monetario, insieme al capitalismo stesso, è ora completamente obsoleto, in balìa della creatività tecnologica. Se le persone non hanno un lavoro non possono sostenere l’economia con l’acquisto di prodotti. Questa realtà è la prova finale che il nostro attuale sistema è completamente fuori dal tempo in cui viviamo, e se non vogliamo correre il rischio di tumulti nelle strade e di raggiungere un livello di povertà mai visto prima, dobbiamo rivedere le nostre nozioni tradizionaliste su come, fin dalle fondamenta, funziona la nostra società.
Fonte: Peter Joseph

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